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Gli Estensi a Ferrara

Lo stemma estense

04 luglio 2008

L'arte del blasone

01 luglio 2008

Lo stemma di Casa d'Este

 

TESTI

04.07.2008

L'arte del blasone

Argomenti

01 - L'arte del blasone

02 - L'araldica

03 - L'araldo

04 - Lo scudo

05 - Il simbolismo

 

 

 01 - L'arte del blasone

 

    Attorno all'anno Mille accaddero in Italia diversi fatti che, uniti fra di loro, concorsero in maniera determinante al formarsi di una disciplina da sempre esistita ma mai, prima di allora, tanto codificata e considerata: l'arte del blasone.

   Fu quello un periodo di grandi sconvolgimenti, nel quale i Comuni iniziavano a prendere coscienza della loro municipalità, le famiglie importanti desideravano far conoscere la loro devozione militare e spirituale mentre i regnanti d'Europa ed i ministri di Pietro premevano per liberare i luoghi sacri e metterli a disposizione della cristianità.

 

 

 02 - L'araldica

 

   Ovviamente, tutti gli storici sono d'accordo nel far risalire l'origine dello stemma all'arte stessa della guerra: basti pensare alle insegne delle aquile legionarie dell'esercito romano, con cui si distinguevano i vari reparti, per meglio comprendere il significato e la valenza di tela affermazione.

   L'insieme di questi avvenimenti sociali, civili, politici, militari e spirituali concorsero in eguale misura a sviluppare l'arte dell'araldica, cioè la scienza del blasone o scienza dello stemma, il quale è detto anche arme o arma: un'insegna costituita da uno stemma corredato da ornamenti come, ad esempio: il mantello, l'elmo, la corona o supporti di vario tipo.

 

 

 03 - L'araldo

 

   Ma era nella figura dell'araldo che si espletava concretamente la funzione araldica in quanto si trattava di una persona che, fisicamente e visivamente, svolgeva la funzione di riconoscimento dei simboli presenti sulle bandiere, sui gonfaloni o sugli scudi.

   L'araldo era il vero e proprio esperto dell'arte del blasone o blasonatura: in pratica, l'arte di descrivere verbalmente lo scudo e lo stemma, attraverso l'uso di uno specifico vocabolario che, utilizzando una ben precisa sintassi, era in grado di fare una descrizione immediata riferita anche a particolari difficilmente comprensibili e di non immediata lettura: il casato o la famiglia, le alleanze, le eredità, le onorificenze e le concessioni.

   Un esempio tipico potrebbe essere quello di saper distinguere il cavaliere che, racchiuso nell'armatura, si stava apprestando ad affrontare l'avversario in duello, magari durante un torneo o mentre era alla guida di armati in attesa dello scontro; in quei frangenti l'araldo, osservando i disegni sullo scudo, lo stendardo mostrato o la gualdrappa del cavallo, era in grado di individuarne abbastanza chiaramente la famiglia del cavaliere e, in molti casi, anche la stessa persona.

  

 

 04 - Lo scudo

 

  Ed è proprio sullo scudo che venne concentrata l'attenzione all'origine della nascita e del consolidamento dell'araldica, in quanto esso venne riconosciuto come il supporto ideale e materiale sul quale rappresentare i vari simboli o disegnare lo stemma.

   Lo scudo poteva essere monocromatico o ripartito in aree diverse e ben distinte: le partizioni. Col tempo, dopo un periodo di completa anarchia, su di esso vennero decisi sia i "colori araldici" da apporre. Essi si distinguevano in due gruppi: "gli smalti": rosso, azzurro, nero, verde e porpora, e "i metalli": oro, argento, giallo e bianco.

 

   Infine, sullo scudo vi erano le "le pellicce", cioè le decorazioni a strisce con cui i soldati amavano ornare lo scudo o la bandiera, fra le quali si imposero immediatamente l'ermellino e il vaio (pelliccia dello scoiattolo di tipo siberiano, di coloro grigio tendente al nero).

 

   I principali tipi di scudo erano: a tre lati o antichi, ovali o all'italiana e tedeschi o con l'incavo per il sostegno della lancia. Accanto ad essi prolificò però una serie pressoché infinita di altri scudi, dalle forme più strane ma, ovviamente, del tutto irrilevanti ai fini della blasonatura: non era né la forma dello scudo né la modalità di rappresentazione della figura araldica ad avere significato ma l'essenza stessa della rappresentazione che godeva di estrema libertà della forma ma dava grande importanza alle proporzioni.

   Lo scudo era composto da tanti "punti", ovvero parti ben precise sulle quali apporre le figure e le pezze e poteva essere diviso in vari modi: vie erano le partizioni, che rappresentavano il modo di dividere lo scudo in parti uguali (partito, troncato, trinciato e tagliato) e le strisce, ovvero delle semplici linee che tagliavano lo scudo ("fascia", se alta un terzo, "divisa" se diminuita di un terzo e "burella" se molto sottile).

 

 

 05 - Il simbolismo

 

  Sull'arme venivano dunque concentrati le figure, ovvero immagini reali o inventate di persone, di animali e di oggetti e le pezze, cioè i disegni geometrici ed elementari.

   In pratica, ogni partizione potevano essere ulteriormente ripartita, utilizzando motivi geometrici elementari o figure di esseri viventi, reali o fantastici, o oggetti artificiali o naturali. Tra le varie figure utilizzate, un posto particolare spettava alle "pezze onorevoli" o linee di ripartizione come, ad esempio: il palo, la fascia, la banda, la sbarra, la croce e la pergola.

   Tutto ciò aveva l'aulico compito di distinguere le famiglie,  mettendone in evidenza il livello nobiliare, oppure distinguere gli avversi campi politici o militari, le avverse fazioni, i diversi ordini o le diverse corporazioni.

   Il simbolismo utilizzato per mostrare le proprie armi gentilizie o civiche o corporative che fossero, o più propriamente e semplicemente "arme", era di vario tipo e spaziava dalle bandiere e ai vessilli militari, dai gonfaloni agli stemmi comunali, mentre le occasioni di utilizzo erano pressoché quotidiane, basti pensare alle parate militari, ai tornei cavallereschi, agli interventi militari, alle rappresentanze diplomatiche, alle feste private, ai festeggiamenti pubblici, alle ricorrenze ed ai matrimoni.

 

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01.07.2008

Lo stemma di Casa d'Este

Argomenti

1 - L'unicorno

2 - L'aquila bianca

3 - I tre gigli reali

4 - Le aquile imperiali

5 - Le chiavi pontificie

 

01 - L'UNICORNO

 

   Prestando fede a quanto riportato da Pellegrino Prisciani, archivista ducale e astrologo (1435-1518), nonché "storico, poeta, professore allo studio di Ferrara, uomo dottissimo nell'età sua e grande amatore di libri", nel volume VII delle sue "Historie Ferrarienses",  la prima arma adottata dagli Estensi sarebbe stata un "unicorno", prima d'oro in campo celeste e poi d'argento in campo rosso e sarebbe stata donata nel 949 ad Adalberto III d'Este, marchese d'Italia, dall'imperatore Ottone I ( Fonte: Fabrizio Frizzi: Gli stemmi estensi ed austro-estensi).

   L'opera storica del Prisciani, interamente manoscritta, è andata parzialmente perduta e rimangono solo i volumi: I, II, IV, VII, VIII, IX. Fin da ragazzo egli ebbe l'abitudine di raccogliere materiale storico e documentario di ogni tipo, grazie alla passione trasmessagli dal padre, che era solito condurlo a visitare biblioteche ed archivi. Giova, tuttavia, citando Ludovico Antonio Muratori, ricordare che "... prima dell'XI secolo non vi è traccia evidente di simboli collegati alle famiglie...".

 

   Per meglio comprendere la storia della famiglia Estense, credo che in questo passaggio sia utile ricordare che al suddetto marchese Adalberto III possiamo idealmente far risalire le origini degli Estensi. Egli, infatti, fu il padre di Oberto I, marchese della Liguria orientale, conte di Luni e, dal 962, per volontà dell'imperatore Ottone, conte del Sacro Palazzo, ovvero rappresentante della massima carica alla quale un nobile poteva assurgere a quel tempo, in Italia, in quanto era la prima carica nella gerarchia del Regno d'Italia, ovviamente dopo quella del monarca stesso.

   Ed è proprio da Oberto I che, citando le parole del defunto prof. Luciano Chiappini (Gli Estensi, Corbo Editore, Ferrara 2001), "trarrebbero origine quattro grandi famiglie italiane, quelle degli Este, dei Malaspina, dei Pallavicino e dei Massa Parodi ... discendenti da altrettanti figli di Oberto, come proverebbe un famoso documento del 1124, la cosiddetta Pace di Luni".

 

02 - L'AQUILA BIANCA

 

   Narra poi Mario Equicola d'Alveto (1470-1525), letterato casertano nella sua "Genealogia delli SS. RI Estensi Principi in Ferrara con breve trattato dei loro preclari gesti" che la famiglia d'Este, nel periodo delle lotte fra guelfi e ghibellini, adottò per le sue milizie l'insegna dell'aquila bianca "con le ali distese in campo azuro, al contrario de la imperiale negra in campo d'oro".

 

   Infatti, narra il Muratori (Delle antichità Estensi ed Italiane - Modena, 1717-1740) "L'insegna o arme avita de' Marchesi fu l'aquila bianca. Questa medesima sventolava sulle loro insegne militari l'anno 1239".

L'anno successivo, da marzo a giugno, Azzo VII (Azzo Novello), dopo aver abbandonato l'imperatore, strinse diverse alleanze, fra le quali quelle più importanti furono certamente con Venezia e con papa Gregorio IX, pose vittoriosamente sotto assedio Ferrara, a quel tempo sotto il protettorato dei Salinguerra.

   Dunque, lo stemma originario e ufficiale degli Estensi è da considerarsi un'aquila, rappresentata sia bianca (se di colore araldico smalto) che d'argento (colore araldico metallo) ma sempre in campo azzurro.

   Grazie alla ricerca condotta da Fabrizio Ferri (http://www.araldicanobiliecavalieri.com) , sappiamo che gli Estensi, fin dal 1327, avevano adottato la suddetta aquila poiché una bella miniatura di essa, "con gli smalti chiaramente identificabili", era raffigurata su di una carta aggiunta agli "Statuta civitatis Mutine", ovvero a quella convenzione che concedeva la Signoria di Modena ai fratelli Obizzo III e Nicolò I d'Este.

In questo stemma l'aquila "si trova in campo azzurro, al centro di un rettangolo tripartito, che porta a sinistra lo stemma del Comune di Modena ... e alla destra un unicorno in campo rosso".

 

03 - I TRE GIGLI REALI

 

   Dal primo gennaio 1431, grazie al diploma concesso a Nicolò III e ai suoi successori da Carlo VII re di Francia,  lo stemma originario ebbe il privilegio di arricchirsi dei tre gigli d'oro, due sopra e uno sotto, in campo azzurro, a sua volta orlato di dentature e merli d'argento.

In questo modo lo stemma venne inquartato: l'aquila bianca andò nel primo e nel quarto mentre i gigli furono collocati nel secondo e nel terzo.

 

04 - LE AQUILE IMPERIALI

 

  L'imperatore Federico III, nel corso della sua venuta in Italia nel 1452, per ricevere dal Papa la corona imperiale e quella d'Italia, scelse la tranquillità della corte estense di Borso d'Este, sia nel viaggio di andata che in quello di ritorno. E tanta fu l'ammirazione  per Borso che egli volle nominarlo duca di Modena e di Reggio nonché conte di Rovigo: era il 18 maggio.

   In quell'occasione, nel rinnovare l'investitura agli Estensi, conferì anche il duplice privilegio di fregiarsi, per Modena e Reggio, dell'aquila imperiale bicipite nera, in campo d'oro e, per Rovigo, dell'aquila bicipite metà nera in campo oro e metà argento in campo azzurro.

 

05 - LE CHIAVI PONTIFICIE

 

  Nel settembre del 1472 papa Sisto IV, rinnovando l'investitura del Ducato di Ferrara ad Ercole I, ai figli e nipoti legittimi e naturali di linea diretta fino alla terza generazione, concesse il privilegio di inserire le chiavi pontificie, una d'oro e l'altra d'argento, nello stemma estense (Ludovico Antonio Muratori, opera citata): in un primo tempo, esse furono così inserite orizzontalmente (Giovan Battista Pigna, Historia de' Principi d'Este, 1570). Successivamente, ma non si sa con esattezza in quale periodo, le chiavi pontificie vennero collocate al centro dello scudo, in posizione perpendicolare e in croce di sant'Andrea.

 

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